Scritture Le forme di comunicazione

 

5 Scritture americane autoctone

3. Scritture del Sudamerica

 

La scrittura senza lettere
“Senza lettera alcuna” (sin letras ningunas): così il cronista Guaman Poma de Ayala si esprimeva nel 1614 parlando degli Inca, cui pure riconosceva il merito di aver creato un impero grandioso e stupendamente organizzato.
Quell’affermazione negativa, riconsiderara con uno sguardo moderno e imparziale, costituisce una sfida provocatoria, che spinge alla ricerca di sistemi di trascrizione del linguaggio non assimilabili a quelli della scrittura occidentale ‘con lettere’, cui il cronista faceva allusione.
In realtà, la situazione che troviamo in Sudamerica, non solo fra gli Inca, ma anche presso culture andine più antiche (come quella dei Nazca o dei Mochica) e persino tra le popolazioni amazzoniche contemporanee più ‘primitive’ come i Caduveo, è piuttosto particolare, diversa dalle più conosciute culture della scrittura.
Non corrisponde né al modello occidentale di un sistema di scrittura privilegiato, che si espande a macchia d’olio tra popoli e paesi, conquistando tutti gli spazi della comunicazione ufficiale e sviluppando forme diverse in funzione delle necessità d’uso, né al modello di diffusione omogenea e capillare di simboli grafici tipico dell’America centrale, dove la continuità degli standard che possono essere ricondotti a un unico sistema di scrittura consente di riconoscere un’omogeneità tra testi di diverse aree geografiche e di diversi periodi storici.

 

Vaso nazca (IV-V sec. d.C.). Il recipiente è il supporto di complessi testi mitici, rappresentati da pittogrammi anttopomorfie zoomorfi. Oggetto di proprietà del Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico Luigi Pigorini, Roma; foto G. Peyrot

Vaso nazca (IV-V sec. d.C.). Il recipiente è il supporto di complessi testi mitici, rappresentati da pittogrammi anttopomorfie zoomorfi.
Oggetto di proprietà del Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico Luigi Pigorini, Roma; foto G. Peyrot

Una comunicazione diffusa
Nelle culture andine, invece, ci troviamo di fronte alla simultanea adozione di molteplici sistemi di scrittura, distinti fra loro e limitati in quanto a potenza applicativa, ma comunque integrati in un vero e proprio sistema di circolazione dei messaggi, nel quale l’uso di tessuti e di vasellame rappresentava il supporto unificante.
Più che di estensione ‘multimediale’ di un unico sistema, è quindi possibile parlare di una rete di sistemi interconnessi, la cui conoscenza poteva essere diffusa in modo più o meno omogeneo (è verosimile, ad esempio, che le donne non fossero escluse dal processo di circolazione dei messaggi su supporti tessili).
Gli Inca si servivano sia dei notissimi quipu (complessi strumenti di comunicazione realizzati con cordicelle colorate e nodi, che potevano trascrivere logograficamente non solo informazioni contabili ma miti, leggende e canti sacri), sia di ricchissimi sistemi ideografici sui tessuti tocapu, sia infine di una ‘scrittura mobile’ di tipo mnemonico, eseguita con pietruzze colorare.
Le culture dei Paracas, Nazca e Mochica associarono all’uso di ricami su stoffa, con immagini pittografiche che condensavano complesse narrazioni mitiche, lo sviluppo di una ceramica policroma la cui straordinaria ricchezza di elementi, senza pari in America, era in grado di trascrivere una ricca serie di contenuti; sono ben note, d’altra parte, le immense forme di scrittura rituale realizzate in area Nazca sul suolo desertico degli altopiani.
Presso le etnie amazzoniche, infine, la comunicazione grafica trovava pur sempre spazio nella forma, ad esempio, di insiemi di marchi di proprietà, di uso ristretto ma apposti su moltissimi oggetti d’uso e dunque destinati a circolare in seno alla comunità.

 

Scrittura peruviana quipu, dalla raccolta di Raimondo di Sangro, principe di Sansevero (1750), con esempi di parole-chiave che indicano i nomi dei sovrani inca. Si riteneva che i registri di cordicelle annodate in uso nell’antico Perù avessero soltanto un uso numerico; oggi si è invece certi dell’esistenza di quipu ‘letterari’ che trascrivevano testi rituali.
Questa scrittura utilizza parole chiave, rappresentate con simboli (fiocchi di diverso colore ecc.), che potevano essere essere lette sillabicamente secondo il numero dei nodi sottostanti. Se, ad esempio, si voleva trascrivere la parola pacha (in lingua quechua, ‘tempo’), si cominciava con il prendere due cordicelle con il simbolo della prima figura (il nome Pachacamac); sotto il simbolo della prima cordicella si faceva un nodo, che indicava la prima sillaba, pa, e sotto il simbolo della seconda se ne facevano due, il che indicava la seconda sillaba, cha.
Collez. privata; foto S. Femia

In Sansevero una tavola mostrava il sistema applicato a varie lingue attraverso l'uso di cordicelle di colorazioni diverse. Collez. privata; foto S. Femia

In Sansevero una tavola mostrava il sistema applicato a varie lingue attraverso l’uso di cordicelle di colorazioni diverse.
Collez. privata; foto S. Femia

 

Pittografie andine di età coloniale
Come in America centrale, la testimonianza di un originale concerto autoctono di scrittura può essere rintracciata nei documenti promossi evangelizzatori e dai colonizzatori negli anni successivi alla Conquista: nei vocabolari in lingua quechua redatti nei secoli XVI-XVII, infatti, appaiono il verbo quellcani, che indica l’azione di scrivere e allo stesso tempo di dipingere, e il sostantivo quellca, che indica il prodotto di questa azione.
Le pittografie bidimensionali andine (molto utilizzate dai missionari per far memorizzare preghiere e orazioni ai nuovi fedeli), inoltre, avrebbero avuto origine da un precedente sistema mnemonico originale, con figurine di argilla: prova ulteriore che anche in Sudamerica figurazione plastica, decorazione artistica e scrittura erano un tutt’uno.

 

Astuccio degli indios Caduveo del Brasile, con inscritta una serie di marchi di proprietà. Museo Preistorico Etnografico Luigi Pigorini, Roma; foto G. Peyrot

Astuccio degli indios Caduveo del Brasile, con inscritta una serie di marchi di proprietà.
Museo Preistorico Etnografico Luigi Pigorini, Roma; foto G. Peyrot

 

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